♃ Mitologia e divinità

Gilgamesh e la ricerca dell'immortalità: il viaggio del re di Uruk

L'epopea di Gilgamesh letta in chiave simbolica: l'amicizia con Enkidu, il lutto, il viaggio verso Utnapishtim, la pianta perduta e le mura di Uruk.

L'Epopea di Gilgamesh è uno dei più antichi poemi della storia umana. Racconta di un re della città mesopotamica di Uruk che, dopo aver perso l'amico più caro, parte alla ricerca dell'immortalità e torna a casa a mani vuote, ma trasformato. La versione più completa, detta "classica" o babilonese standard, è suddivisa in dodici tavolette d'argilla e fu ritrovata in gran parte tra i resti della biblioteca del re assiro Assurbanipal a Ninive. È un testo che, a migliaia di anni di distanza, parla ancora con sorprendente immediatezza.

Il re che non conosceva limiti

All'inizio del poema Gilgamesh è descritto come un sovrano per due terzi divino e per un terzo umano, splendido e forte, ma anche oppressivo. Non trova un rivale alla propria altezza e la sua energia, priva di misura, pesa sul popolo di Uruk. Gli abitanti si lamentano con gli dèi, che rispondono creando un essere capace di stargli di fronte.

È un punto di partenza significativo: la storia comincia con un eccesso di forza senza direzione. Prima di qualsiasi ricerca spirituale c'è un'energia che non sa ancora che cosa cercare.

Enkidu: il doppio selvaggio

La dea Aruru plasma con l'argilla Enkidu, un uomo selvatico che vive tra gli animali della steppa. Enkidu viene poi avvicinato alla vita civile grazie all'incontro con Shamhat, che gli insegna a mangiare il pane, a bere la birra, a vivere tra gli uomini. Quando giunge a Uruk affronta Gilgamesh in una lotta furiosa; alla fine i due si riconoscono e diventano amici inseparabili.

Enkidu è il complemento di Gilgamesh: la natura accanto alla cultura, l'istinto accanto al potere. Insieme compiono imprese che nessuno dei due avrebbe potuto compiere da solo, come il viaggio nella Foresta dei Cedri per sconfiggere il guardiano Humbaba e l'uccisione del Toro del Cielo, inviato dopo che Gilgamesh ha respinto le offerte d'amore della dea Ishtar.

La morte dell'amico

Gli dèi decidono che uno dei due deve pagare per queste imprese, ed Enkidu si ammala e muore. Il poema descrive il dolore di Gilgamesh con parole di straordinaria intensità: il re veglia il corpo dell'amico e non accetta di separarsene finché non vede i segni della decomposizione.

Qui avviene la svolta del racconto. Per la prima volta Gilgamesh comprende che anche lui morirà. La paura della morte diventa il motore di un nuovo viaggio: se Enkidu è morto, nessuno è al sicuro.

Il viaggio verso Utnapishtim

Gilgamesh decide di cercare Utnapishtim, l'uomo sopravvissuto al diluvio a cui gli dèi hanno concesso la vita eterna. Il viaggio è un attraversamento progressivo dei confini del mondo:

  1. I monti Mashu, dove il sole sorge e tramonta, sorvegliati da uomini-scorpione.
  2. Il cammino nel buio, una lunga traversata nell'oscurità totale lungo la strada del sole.
  3. Il giardino di pietre preziose e l'incontro con Siduri, la donna che gestisce una taverna ai margini del mondo.
  4. Le acque della morte, che Gilgamesh attraversa con il barcaiolo Urshanabi.

Nella versione paleobabilonese del poema, Siduri rivolge a Gilgamesh un consiglio celebre: la vita senza fine non è data agli uomini, perciò goda del cibo, della festa, delle vesti pulite, del bambino che gli tiene la mano e della sposa. È una delle prime formulazioni conosciute di un'etica del presente.

Le due prove fallite

Utnapishtim racconta a Gilgamesh la storia del diluvio e poi gli propone una prova: restare sveglio per sei giorni e sette notti. Gilgamesh si addormenta quasi subito. Se non sa vincere il sonno, fratello minore della morte, come potrà vincere la morte?

Prima della partenza, Utnapishtim gli rivela l'esistenza di una pianta sul fondo delle acque che restituisce la giovinezza. Gilgamesh la raccoglie, ma durante il ritorno, mentre si bagna in una pozza, un serpente la porta via e, allontanandosi, cambia la pelle. Il re siede e piange.

Il ritorno a Uruk

Il poema non si chiude con la disperazione. Tornato a Uruk, Gilgamesh mostra a Urshanabi le mura della città, i suoi mattoni cotti, i suoi giardini. L'epopea si apre e si chiude con questa immagine: ciò che l'uomo costruisce e tramanda.

Una lettura iniziatica

Il cammino di Gilgamesh segue uno schema che ritorna in molte tradizioni:

  • la forza senza direzione diventa ricerca solo attraverso la ferita;
  • il lutto apre alla consapevolezza della propria finitezza;
  • il viaggio ai confini del mondo è un viaggio ai confini di sé;
  • il fallimento delle prove smonta l'illusione di poter sfuggire alla condizione umana;
  • il ritorno porta un sapere nuovo: il senso non sta nel durare per sempre, ma in ciò che si vive e si lascia.

Il serpente che cambia pelle è un dettaglio da meditare. La rigenerazione esiste, ma non nella forma che Gilgamesh cercava. La trasformazione non è possesso di qualcosa, ma capacità di lasciare la vecchia pelle.

In sintesi

  • L'epopea narra la storia di Gilgamesh, re di Uruk, ed è uno dei poemi più antichi conosciuti.
  • L'amicizia con Enkidu unisce natura e cultura; la sua morte rivela al re la propria mortalità.
  • Il viaggio verso Utnapishtim attraversa i confini del mondo e le acque della morte.
  • Gilgamesh fallisce la prova del sonno e perde la pianta della giovinezza, rubata da un serpente.
  • Il ritorno alle mura di Uruk indica che il senso della vita sta in ciò che si vive e si costruisce.
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Studio Esoterico Cornelio

Lo Studio Esoterico Cornelio custodisce e studia la tradizione esoterica, guidato dal Maestro Cornelio. Questi testi nascono per far conoscere con serietà simboli, storia e pratiche della via interiore.

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